Scelta elettroniche

Amplificazioni: valvole o stato solido?

Consiglio di leggere questo paragrafo con particolare attenzione, cercando di lasciare da parte le varie pregiudiziali che inevitabilmente derivano dalle proprie convinzioni/esperienze.

Da cosa dipende il suono di un amplificatore? Troverete fior di tecnici che vi diranno (tutti con valide spiegazioni al seguito) come sia fondamentale lo zero feedback, altri come sia fondamentale un uso intensivo del feedback, altri ancora vi diranno che è essenziale la valvola (magari un monotriodo o un bell’OTL), altri ancora i mosfet, altri la classe A, etc etc, ma il punto cruciale è: se chi vi racconta la sua “verità” ha ragione e cioè la sua teoria è vera ed è in grado effettivamente di risolvere i problemi che riscontriamo normalmente all’ascolto, costui deve e ripeto DEVE essere in grado di costruire modelli di amplificazione diversi  e con differenti potenze che suonano tra loro pressoché indistinguibili in quanto non dotati di caratteristiche proprie e di conseguenza con una libertà armonica nettamente migliore degli altri. Vi è mai capitato di riscontrare qualcosa del genere in un qualsivoglia marchio commerciale, indipendentemente dai costi? Se siete onesti con voi stessi la risposta è no.
Nell’ambito dello stesso marchio ci si trova sempre di fronte a suoni talvolta molto diversi o per paradosso se ci sono similitudini è solo a fronte di suoni compressi (cioè privati di contenuto armonico ed ambienza). Vi sono sporadici (e rarissimi) casi in cui si riscontrano in un modello (ed uno solo) di un certo marchio, certe caratteristiche di musicalità, queste però non vengono replicate in altri modelli (anche di serie successive) dello stesso marchio, magari a costo di sforzi progettuali ancora maggiori. Un caso lampante del passato è ad esempio il Classè Audio DR3: nessun altro ampli di tale marchio ha mai più suonato come questo modello. Quindi la domanda che giunge spontanea è: quanta parte ha avuto la pura casualità nell’ottenimento di questo suono? Se si raggiunge un determinato risultato a fronte di alcune scelte progettuali, non si dovrebbero avere problemi nel replicare tale risultato…ed invece è sotto gli occhi/orecchie di tutti che così non è stato. Questa è la prova che normalmente la sonorità di un apparecchio è frutto non solo di un buon progetto ma ancora, in gran parte, di casualità. E di prove come queste se ne possono riscontrare molte.
La casualità però la si può più correttamente chiamare in un altro modo: mancanza di conoscenza del problema che è maggiormente rilevante per ottenere sonorità. Personalmente ho avuto modo di ascoltare buoni valvolari e pessimi valvolari così come buoni transistor (anche se più raramente) e pessimi transistor ma ciò che rimane veramente raro è ascoltare un apparecchio che sia eccellente e non solo buono, qualcosa che riesca a riportare attraverso i diffusori uno spazio sviluppato in tridimensionalità ove gli strumenti mantengano la loro peculiarità timbrica distaccandosi tra loro. Ciò perché per costruire qualcosa che risalti effettivamente dal mare dell’ordinario non serve improvvisare la costruzione di questo o quel circuito utilizzando tutti i migliori materiali e sovradimensionando tutto, come si sta facendo oggi a prezzi da capogiro e con risultati sempre più deleteri per la musica, ma serve esclusivamente una cosa: capire i perché. Vi immaginate un progettista di F1 che non fosse a conoscenza delle regole aerodinamiche cosa progetterebbe? Occorre quindi capire le reali motivazioni che causano queste notevoli differenze all’ascolto. Serve di conseguenza un elemento che attualmente ben pochi marchi possono permettersi: il tempo per effettuare una ricerca specifica che a sua volta corrisponde al denaro, molto denaro per finanziare un lavoro di ricerca che può portar via anni. Per una ricerca del genere occorrerebbe quanto meno un’industria multinazionale (sto pensando alle dimensioni di Philips o Sony) ma nessuno di questi marchi si sognerebbe di investire forti capitali per accontentare quattro gatti sparuti come sono gli attuali appassionati di hi-end, sarebbe un investimento sicuramente fallimentare.
Si sarebbe potuto fare all’epoca del boom dell’hi-fi, sto parlando degli anni 70, dove un eventuale grosso investimento avrebbe portato ad un quantomeno probabile ritorno economico, ma…e se ci fosse effettivamente stato? Se qualcuno di questi grossi marchi avesse portato avanti una grossa mole di ricerca del tutto in sordina e l’ottusità di certa stampa specializzata non se ne fosse accorta affatto magari snobbando i prodotti del marchio in questione? Signori…so che è dura da digerire ma questo marchio c’è stato…si chiamava Grundig!
Non cercate i prodotti attualmente in commercio, la vera Grundig è fallita negli anni 86-87, ma prima di questa data ad iniziare dagli anni 74-75 i prodotti fabbricati si sono avvalsi di una ricerca specifica che ha dato una risposta più che concreta alla suddetta domanda. So bene che la maggior parte di chi legge questo articolo storcerà il naso di fronte ad un marchio famoso per le tv e per le radio e non certo per l’hifi ma l’equipe di ingegneri della casa tedesca la sapeva lunga a tal riguardo, molto molto di più di quanto sarebbe lecito attendersi e a ciò era abbinato un orientamento del marchio volto alla qualità anche del minimo particolare prodotto (e sostenibile come costi di produzione solo a fronte di enormi quantitativi prodotti, cosa possibile solo negli anni del boom dell’hifi). La prova di questo la ottenete proprio dal riscontro della pressoché identità del suono al cambiare dei modelli nell’ambito di quel particolare decennio. Differenze lievissime (talvolta dovute alle differenti condizioni in cui un apparecchio si trova a 40 anni dalla sua fabbricazione) ma sempre con un suono nettamente più libero e tridimensionale rispetto all’ordinarietà.

L’alternativa alla grossa industria per effettuare questa ricerca è di chi non deve essere pagato per il tempo che impiega sul lavoro: il costruttore artigianale (diverso dall’autocostruttore che di fatto copia schemi e/o apparecchi già esistenti). Cosa intendo come costruttore artigianale? Semplice, un appassionato dotato di una conoscenza approfondita dei fenomeni elettrici ed elettronici disposto ad impiegare tutto il tempo necessario per capire i perché. Qui il pericolo è solo quello di ritenersi auto-appagati magari non vedendo che il traguardo è ancora lontano per cui occorre sempre essere il più possibile oggettivi all’ascolto (quindi distaccati dalla propria creatura), in quanto unica occasione di verifica per fare passi avanti. Colui che conosce da cosa dipende effettivamente il suono di un amplificatore è in grado di far suonare allo stesso modo un finale a valvole ed un finale a transistor e ad un livello decisamente superiore a ciò che ci è dato di ascoltare comunemente e a quel punto non serve utilizzare le valvole con i loro inconvenienti (riscaldamento, usura, microfonicità, trasformatori di uscita, ecc) ma potremo avere un amplificatore a transistor che non assomiglia ne’ ad un valvolare ne’ ad un transistor ma che ci farà sognare! Purtroppo il progetto di un prodotto audio valido non si improvvisa, può portare via anni di lavoro di ricerca e solo se tale lavoro e svolto con passione, serietà e senza la fretta di arrivare, alla fine arrivano i risultati.

Personalmente ho riscontrato due cause che hanno maggior rilievo sul suono di un amplificazione:

  1. La risposta in frequenza:  a volte anche variazioni di pochi decimi di dB sono udibili in sistemi dotati di buona trasparenza armonica. Con amplificatori dotati di impedenza di uscita non bassissima ci si trova spesso, su carico reale (diffusore acustico), ad avere risposte in frequenza molto irregolari che seguono l’andamento della curva di impedenza del diffusore utilizzato (vedi “misure su carico reale” all’interno del menu “percezione”).
  2. Il problema di interfacciamento circuito/telaio (che nel 2004 battezzai CCI: Circuit Chassis Interface) che viene pesantemente a determinare la sonorità ovvero la naturalezza di un’elettronica.

Quest’ultimo aspetto è grandemente sensibile a più fattori (infatti il difficile è semmai trovare varianti su cui NON si presentino differenze sul suono). Differenze di suono le potete riscontrare a fronte di cambiamenti di cavi, di fusibili (vedi la prova fusibili svolta con Marco Amboldi) e di componentistica in genere ma l’aspetto più influente tra questi è quello telaistico/vibrazionale. Totalmente insensibile il mio orecchio si è invece dimostrato a fronte di distorsioni armoniche anche del 2-3% come quelle evidenziate su carico reale da due ampli in classe D . Nel lontano 2003 su un forum nazional-popolare (videohifi, ora melius) invitai ad una prova, fattibile da parte di chiunque, per rendersi conto dell’esistenza di tale non convenzionale problema legato ai telai: togliere dalle elettroniche (lettore cd, pre, finali) il coperchio superiore (solo per prova ovviamente poi va rimesso per ragioni di sicurezza), riponendolo non a contatto di superfici rigide ma (ad es.) appoggiato su un tappeto o su un divano. Chi vuole replicarla avrà modo di notare un considerevole cambiamento del suono che migliorerà nettamente in termini di ariosità e libertà armonica mettendo maggiormente in evidenza pregi e difetti della vs. catena. Il togliere il coperchio dal punto di vista della libertà armonica è in generale sempre un miglioramento in tutti gli apparecchi non CCI mentre diventa un peggioramento solo ed esclusivamente su apparecchi che sono telaisticamente ottimizzati e ottengono per questo prestazioni ben al di la di quelle ottenibili da un non ottimizzato scoperchiato. Il problema non si risolve mettendo coperchi amagnetici (alluminio, plexiglass, vetro etc). Per coloro che vogliono leggere questa vecchia discussione di undici pagine, che potrebbe risultare istruttiva da diversi punti di vista (non ultimo il condizionamento che “ingessa” le persone ai propri convincimenti), il link alla medesima è qui. Per evitare fraintendimenti il confronto occorre farlo tra coperchio ben avvitato (e non solo appoggiato) e coperchio tolto. Mettendo questo aspetto in rapporto al suddetto esempio di ampli (Classé DR3) i conti iniziano a tornare: questo ampli adotta un telaio particolare che casualmente (in questo caso appunto senza consapevolezza alcuna ma solo come conseguenza al dover risolvere i problemi di dissipazione relativi alla classe A) risolve parzialmente taluni problemi legati al CCI rendendolo maggiormente armonico e decisamente  diverso dagli altri ampli dello stesso marchio. Non è l’unico caso di ampli parzialmente CCI, altri ne conosco (citati negli “apparecchi rilevanti”) così come sicuramente altri ce ne saranno tra quelli che non conosco, non è possibile però arrivare casualmente ad avere un ampli full CCI. Per chi pensasse che un must sia rappresentato dal funzionamento in classe A consiglio di ascoltare altri classe A (Krell, AM audio etc) per rendersi prontamente conto di quanto il suono sia agli antipodi dal suddetto. Nel marzo 2005 dopo circa un anno e mezzo dal mio post sul suddetto forum, in un articolo apparso su un altro sito audio si affermò che il coperchio ha influenza sul jitter evidenziando le misure del caso. Quando accennai alla suddetta prova coperchio nel 2003 (conoscendo tale problema dal 1984) immaginavo vi fossero costruttori e tecnici che si sarebbero interessati al caso (i primi molto più underground dei secondi) come immaginavo vi sarebbero state interpretazioni tra le più svariate. L’articolo suddetto mette correttamente in luce un aspetto tecnico sul quale il coperchio ha influenza ma di jitter si può parlare solo sui lettori cd mentre la differenza la si ascolta analogamente anche sugli ampli (così come su qualunque elettronica) evidenziando quindi che il problema non ha nulla a che vedere con il jitter ma con spurie ad alta frequenza di ben altra natura. Fate caso ora a quanti importatori/costruttori fanno ascoltare i propri apparecchi senza coperchio nelle fiere perchè “devono fare vedere l’interno delle loro elettroniche” (quello che sostengono) o…perchè si sono resi conto del guadagno che ne traggono facendole ascoltare in tal modo…ma mai e poi mai potrebbero dirlo dal momento che non conoscono soluzioni a tale problema? Meditate gente…meditate!


CD: quale convertitore?

Ricordate quando Ivor Tiefenbrun della Linn si opponeva all’antico convincimento che i giradischi analogici suonassero tutti uguali per il fatto di non essere direttamente attraversati dal segnale? E’ stato (quantomeno per il grande pubblico) un precursore nello scardinare alcune certezze che imperavano fino a qualche tempo prima. Ora non fa notizia che un giradischi suoni diversamente da un altro, stessa cosa accadde alla presentazione del compact disc. Le riviste in coro: “finalmente una sorgente che suonerà sempre allo stesso modo”. Ben presto anche questa certezza fu demolita creandone un’altra egualmente falsa e cioè attribuendo le differenze di suono ai convertitori e/o alla meccanica del laser. Anche amplificazioni diverse ma egualmente lineari presentano notevoli  differenze all’ascolto tra loro pur non possedendo un convertitore o una meccanica laser. Non insegna nulla questo? Immaginate per un attimo cosa succederebbe se venisse dimostrato il contrario (cosa tutt’altro che difficile da fare) ovvero che nessuna differenza udibile dipenda dall’unità di conversione utilizzata: il mercato dei lettori cd sarebbe alla paralisi. Già all’epoca della presentazione del cd960 Philips utilizzando il quadruplo oversampling accoppiato con un convertitore a 16 bit fu matematicamente dimostrato che venivano sfruttati i massimi vantaggi ottenibili dallo standard CD.
Purtroppo le differenze tra lettori CD sono sempre presenti ma del tutto indipendentemente dall’unità di conversione utilizzata semplicemente per la stessa identica ragione per cui non troverete mai due preamplificatori o due finali che suonano uguali. A ulteriore dimostrazione di questo, trovate molti lettori utilizzanti il medesimo convertitore che suonano in modo molto diverso l’uno dall’altro pur presentando anche analogo filtraggio analogico ovvero analoga risposta in frequenza. Il problema che affligge il suono è di natura ben diversa e con l’unità di conversione non c’entra NULLA. Il differente interfacciamento telaistico determina sempre un suono diverso e questo pur usando il medesimo convertitore e la medesima meccanica. Chi ha ascoltato uno dei lettori da 20-30 euro su cui implemento il trattamento circuito-telaio a scopo dimostrativo, a confronto dello stesso modello di serie o a confronto del suo lettore cd ne sa qualcosa.


Conclusioni

Personalmente sono dell’opinione che occorra affrontare senza timori quelle “verità” sostenute come tali ma che tali non sono, notandone gli aspetti stridenti. Non c’è nulla di peggio che basare un progetto su fondamenta errate in quanto considerate “non in discussione”. La principale qualità che dovrebbe avere un buon ricercatore, a mio modo di vedere, è quella di mettere sempre in dubbio tali “verità” così come le proprie scelte e gli obiettivi raggiunti che andrebbero più volte verificati in tempi successivi.
L’obiettivo che invece dovrebbe porsi un appassionato saggio è: verificare verificare verificare TUTTO ciò che è possibile verificare con le orecchie  senza cedere allo snobismo e/o alle promesse vendute a peso d’oro: i FATTI, solo quelli contano, occorre solo il coraggio per verificarli fidandosi delle proprie orecchie.