Dahlquist DQ10…i perchè di un suono

Chi conosce questo progetto sa bene quanti appassionati abbia fatto innamorare, molti dei quali sono ancora oggi trincerati dietro al “guai a chi mi tocca le Dahquist” che rende bene l’idea di quanto siano per loro insostituibili questi storici diffusori americani. In effetti il diffusore presenta qualcosa di unico, di diverso da tutti gli altri.
Fermo restando le indicazioni utili per l’installazione (che già abbiamo visto sull’articolo pubblicato su Audio Review n.385), a seguito cercheremo di sondare le specificità proprie dei DQ10, specificità che li rendono unici come modo di suonare anche se ciò non significa necessariamente migliori.
Contrariamente a quanto potreste aspettarvi non parleremo delle ragioni più volte pubblicizzate e dibattute in piu di quarant’anni (anzi, quasi cinquanta…) di esistenza di questo progetto (ovvero correttezza della fase acustica, trattamento diffrazioni con utilizzo pannellini di masonite etc) quanto di un paio di ragioni, per nulla dibattute ma dalle quali questo progetto prende molto della propria “personalità”. Eccole a seguito.
1) Dal grafico potete osservare la risposta in frequenza ai capi dei vari altoparlanti (ovvero a valle della rete di filtro): si nota come il mid basso si “affianchi” al mid-alto a cupola nella riproduzione ad iniziare da circa 800Hz a salire. A questo si deve una delle due caratteristiche peculiari del Dq10: l’effetto di allargamento (molto spesso piacevole) delle voci, degli applausi e di tutti gli strumenti in cui la gamma media ha un ruolo di rilievo, è dovuto semplicemente al fatto che ci sono due altoparlanti fisicamente affiancati che riproducono in gran parte la stessa banda di frequenze.

2) Il mid-basso Philips a cono che, pur se attenuato posteriormente con uno strato di feltro, non ha un volume di chiusura posteriore e quindi emette in modo dipolare tanto più quanto più l’effetto di abbattimento acustico del feltro si riduce (ovvero tanto più quanto più si scende in frequenza). Su questo secondo aspetto ci soffermeremo a seguito per comprenderne meglio gli effetti all’ascolto

Premessa:
per andare a fondo nell’analizzare le caratteristiche acustiche proprie di un diffusore, occorre prima di tutto disporlo nelle sue migliori condizioni di utilizzo al fine di “spremere” al massimo il suo potenziale. Per questo motivo al fine di ridurre il più possibile le varianti, ho preferito evitare anche la “variante inclinazione” dovuta ai due diffusori in funzione (vedi articolo qui ) ascoltando un singolo DQ10 e ponendolo a confronto diretto sia con un singolo Grundig Box 850a (il diffusore che, se correttamente collocato, considero un riferimento timbrico ancora imbattuto tra i diffusori passivi da stand) e con un singolo Rogers LS3/5a 15Ohm, ciascuno installato nel modo migliore possibile e tutti ascoltati con griglie-tele anteriori (fondamentali con DQ10 e Box850a, leggermente migliorative su LS3/5a)
Mentre un diffusore in sospensione pneumatica generalmente predilige, se le pareti laterali sono distanti, una collocazione a ridosso della parete di fondo, per il DQ10, a fronte della suddetta emissione dipolare, è preferibile lasciare una certa distanza posteriore e alzarlo o sugli originali tre piedini o (ancor meglio) su piedistallo BF4 (o BF3) Grundig che comunque ne determina un’altezza ed una inclinazione molto molto simile ai piedini originali.
Le distanze del metodo (prelevate dal mio vecchio articolo su A.R.) sono approssimativamente le seguenti: X=30cm. Z=60cm, Y=110cm.
Non avendo disponibile una stanza tipo “caso A” o “B” del metodo, ho dovuto ottimizzare tutti e tre i diffusori adattandoli al meglio nella mia mansardina che è un caso C “sporco” ovvero un caso C che a fronte della vicinanza del soffitto al punto di ascolto (circa 110cm), viene ad essere molto più similare ad un caso B.
I DQ10 del resto si adattano piuttosto bene sia ad un caso A che ad un caso B del metodo semplicemente invertendo tra loro le distanze Z e Y per cui ho disposto il diffusore a 60cm dalla parete di fondo (misurati dal centro del woofer…quindi circa 35-40cm dal fronte della cassa). Per quanto riguarda Box850a e LS3/5a sono stati installati invece su stand (rispettivamente da 45cm e 60cm) quanto più possibile a ridosso della parete di fondo. Il sistema a monte utilizzato è come al solito un full CCI LT.
Con tre diffusori di tale eccellenza timbrica l’avere un sistema a monte che non perda per strada informazioni di basso livello (come le informazioni ambientali registrate) non è opzionale ma, a parere di chi vi scrive, è un aspetto assolutamente indispensabile per non prendere “fischi per fiaschi” nelle valutazioni che andremo a fare a seguito.
Fine premessa.

Premessa n.2: quanto a seguito va inteso come il mettere sotto la lente di ingrandimento le caratteristiche proprie di un diffusore che personalmente continuo a considerare eccellente per cui se siete tra coloro che lo amano tenete presente questo aspetto, non ho alcuna intenzione di criticarne le caratteristiche peculiari ma di valutarle cercando di inquadrarle con correttezza a paragone di due altri diffusori che sono sicuramente tra quelli che meglio esprimono il concetto di “timbrica” e di “sonorità” tra i vari diffusori a sospensione pneumatica che personalmente apprezzo….quindi semplicemente un dare a Cesare ciò che è di Cesare come si suol dire.
Va inoltre inteso che rispetto alla totalità dei progetti dipolari e dei progetti bass-reflex (odierni o del passato) considero personalmente il DQ10 su un altro pianeta dal punto di vista timbrico.
Fine premessa n.2

In questa condizione di installazione il DQ10 sublima le sue caratteristiche tipiche: un coro è impressionante come larghezza e “stanza” percepita in profondità, e così pure un orchestra o un gruppo jazz vengono ad assumere una sensazione “live” veramente notevole. E’ sicuramente il più “spettacolare” dei tre diffusori messi a confronto e in questa prestazione i due mid affiancati fanno la parte del leone, se però si inizia a prestare attenzione alla timbrica e alla definizione strumentale ci si accorge che con il Grundig (ed in misura minore anche con il Rogers) la percezione di un suono segue il suo decadimento fino a spegnersi nel riverbero di una stanza che è chiaramente percepibile come quella in cui tale suono è stato registrato…con il DQ10 il timbro è un pizzico meno luminoso e si spegne un poco più nella nebbia rispetto agli altri due diffusori mentre la sensazione di stanza ricreata non è quella (…lo è solo in parte) in cui è stato registrato l’evento ma bensì una stanza “propria” come se la trasparenza vera fosse in parte sostituita con “qualcosa” di piacevole ma che non è presente sul disco…qualcosa che però determina un “effetto live” ricreato ad hoc molto efficacemente.
Per meglio chiarire: tutti gli “effetti speciali” aggiunti o in fase di registrazione o in fase di riproduzione (riverberi, equalizzazioni, etc) SE il sistema di riproduzione è effettivamente trasparente, vengono normalmente smascherati come tali…e ciò che viene meno è sempre la sonorità: il suono, quando è presente un trucco, risulta intimamente meno vero, meno fresco e luminoso e generalmente più sbattuto in faccia, più “monitor” perdendo il rispetto per la prospettiva e la delicatezza musicale.
Con i DQ10 invece non si ha mai un effetto monitor anzi tutt’altro, il suono è sempre molto delicato, mai sgarbato o violento. Si inizia a comprendere il bandolo della matassa quando ci si sofferma sul timbro e si nota come la timbrica sia un poco più scura ed offuscata, meno sincera nel restituire le code armoniche degli strumenti rispetto a Box850a e LS3/5a.
Eppure il DQ10 risulta avere una spontaneità di emissione superiore al monitor BBC e molto simile (caso più unico che raro) ai box Grundig in genere…sembra quindi che qualcosa non quadri.
La domanda che sorge spontanea a questo punto è: come fa un diffusore ad essere timbricamente più scuro e al contempo sembrare egualmente spontaneo e con un apparente ed efficace effetto tridimensionale?
Con un trucco che non è eccessivo definire geniale…
Un trucco a cui Jon Dahlquist arrivò molto probabilmente prendendo spunto dal diffusore elettrostatico a cui si ispirò: il QUAD ESL.
Il Quad ESL è passato alla storia come l’elettrostatico con la massima trasparenza esistente e questo in gran parte dovuto alla semplice soppressione dell’emissione posteriore della cella dei medioalti con uno spesso strato di feltro. L’emissione dipolare del medioalto determinerebbe una notevole perdita di definizione e timbro in caso che la parete posteriore al diffusore non venga resa assorbente (come non capita quasi mai) e questo Peter Walker (progettista e fondatore della QUAD) lo sapeva bene e per tale ragione adottò questa soluzione. Ma le due celle riservate alla gamma mediobassa-bassa rimanevano comunque con un emissione a dipolo determinando sia il basso carente (e poco omogeneo) della ESL ma anche…un effetto di ambienza davvero particolare e molto piacevole con alcuni brani (in particolare i cori) dovuto proprio alla prima riflessione sulla parete di fondo dell’emissione posteriore della gamma mediobassa.
L’obiettivo di Dahlquist del resto, come più volte dichiarato, era quello di replicare la timbrica degli altoparlanti elettrostatici ed in particolare degli ESL Quad da cui i DQ10 prendono spunto anche esteticamente, ma utilizzando altoparlanti dinamici….questo però, volendo essere pignoli, NON significa replicare la timbrica degli strumenti musicali naturali che sono un “tantino” diversi dal suono di qualunque altoparlante elettrostatico (Quad ESL compresa quindi) e potrebbero essere meno apprezzati dall’appassionato abituato più ad ascoltare impianti stereofonici anzichè strumenti musicali dal vivo non amplificati…
Sia i DQ10 che i Quad ESL hanno infatti un fascino che li accomuna fatto di pizzicati dotati di riverbero credibile (molto bello il clavicembalo), di cori impressionanti e gradevoli…nonchè credibili se ascoltati senza avere un confronto immediato. Solo se si fa un confronto diretto con un diffusore timbricamente corretto e trasparente correttamente installato ma non dotato di emissione dipolare a nessuna frequenza (e pilotato da un sistema full CCI) ci si accorge del trucco posto in atto.
L’emissione dipolare del mid basso aveva anche un ulteriore effetto sui DQ10 (ove il woofer è comunque in sospensione pneumatica): la parziale compensazione del wall-dip.
Sia negli anni 70 che ai nostri giorni è pratica comune quella di installare un diffusore acustico ben distante dalla parete di fondo. E’ un classico per il fatto che, a fronte di elettroniche che non esprimono tridimensionalità, si tende ad aumentare l’effetto di riverbero del PROPRIO ambiente per far sembrare il suono più ricco di armoniche, peggiora però un altro aspetto poco considerato ovvero il wall-dip, la cancellazione che la parete di fondo causa alla distanza di 1/4 λ dal diffusore. Tale cancellazione la si ha rispetto all’emissione anteriore ovvero rispetto all’emissione in fase….avere un’emissione dipolare a questa frequenza è quindi un vantaggio in quanto determina una compensazione parziale e quindi una cancellazione meno marcata permettendo quindi di avere un inconveniente minore quando il diffusore è impiegato ben distaccato dalla parete di fondo. Non è un caso che il DQ10 sia il diffusore dal posizionamento più flessibile che io conosca (tra quelli con woofer in sospensione pneumatica) rispetto alla parete di fondo.
Si inizia ora meglio a comprendere perchè Dahlquist ha adottato questo strano ibrido di far coesistere un woofer in sospensione pneumatica con un mid-basso ed emissione dipolare…

Tornando al precedente aspetto: come aver prova di quanto vi sto dicendo nei riguardi della variante timbrica e di resa della tridimensionalità che l’emissione dipolare del medio-basso comporta?
Molto semplicemente: riducendo (solo per prova) l’emissione posteriore del mid basso aggiungendovi posteriormente un ulteriore spesso (almeno 2cm) strato di feltro. Facendo questa prova ci si accorge subito di come il timbro venga decisamente ad aprirsi in gamma media (anche troppo dal momento che il progetto è pensato per far fronte alla parziale cancellazione dipolare) mentre venga a ridursi drasticamente quella stanza “creata” e al contempo inizi ad uscire di più la stanza vera, quella registrata, grazie al maggior rispetto timbrico e prospettico e alla maggior trasparenza…peccato però che il risultato sia meno affascinante e meno equilibrato (più inscatolato). Alla fine tornerete a togliere il feltro lasciando solo il sottile strato previsto da progetto in quanto la preferirete come di serie tuttavia credo sia una prova importante da fare (se avete un orecchio allenato) per meglio rendersi conto di quanto ci sia di verità e quanto di affascinante trucco in questo longevo progetto.

Jon Dahlquist aveva compreso (con grande acutezza non solo tecnica ma anche commerciale) come fosse vantaggioso proporre qualcosa di maggiormente fascinoso, con un effetto ricreato dal diffusore medesimo a fronte di una parziale emissione dipolare in una limitata zona del medio-mediobasso.
Ciò perdona molto di più anche nella scelta delle elettroniche a monte: eventuali appiattimenti timbrici delle medesime (che risulterebbero insopportabili con diffusori che dicono tutta la verità…) vengono meglio digeriti con i DQ10.

Conclusioni
In un mondo imperfetto non è affatto detto che un prodotto pressochè perfetto venga apprezzato maggiormente dai più. Meglio avere un diffusore che sia un pizzico ruffiano per nascondere certe imperfezioni: un 90% di verità e un 10% di (ottimo) trucco può essere una soluzione vantaggiosa nella maggior parte dei casi reali e Mr.Dahlquist lo aveva capito perfettamente.